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Coronavirus. Come mai così tanti casi in poco tempo in Italia? 

DiRedazione

Feb 25, 2020

Coronavirus. Come mai così tanti casi in poco tempo in Italia?

Nel giro di pochi giorni, l’Italia è passata da 0 casi a essere il terzo paese al mondo per contagi da Coronavirus, il primo in Europa – dove i numeri sono molto minori. Com’è possibile che solo l’Italia si sia trovata a confrontarsi con una situazione del genere?

 

La risposta a questa domanda non è semplice e con molta probabilità dipende da diversi fattori. Non ultimo il caso, come afferma Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano e presidente nazionale Anpas: «Magari questa situazione la vedremo più avanti anche in altri Stati. Può anche esserci una differenza nei controlli, che qui sono più numerosi e specifici. È presto per dirlo. Può anche essere solo sfortuna».

 

Ilaria Capua, virologa italiana della University of Florida, ha scritto su La Stampa che chiedere come mai nel nostro paese il virus stia colpendo in modo così aggressivo “è una domanda mal posta”: “Troviamo tutti questi malati in questo momento, perché, semplicemente, abbiamo cominciato a cercarli. Cioè abbiamo iniziato a porci il problema se certe gravi forme respiratorie simil-influenzali fossero o meno provocate dal Coronavirus. Sino a due settimane fa non avevamo nemmeno a disposizione, negli ospedali cittadini, i test diagnostici per riconoscerlo”.

 

Da quando si è registrato il primo contagio di un italiano – il 38enne di Codogno – il nostro paese in effetti ha messo in piedi un sistema di controlli a tappeto che hanno fatto emergere a catena casi su casi. Al 24 febbraio sono stati effettuati in totale 4.141 tamponi in diverse regioni (quasi tutti concentrati negli ultimi quattro giorni), numeri che secondo il presidente del Consiglio Conte farebbero dell’Italia «il primo paese in Europa che ha deciso controlli più rigorosi e accurati».

 

Pregliasco ritiene che «identificando casi gravi in Italia è stata trovata la punta dell’iceberg dell’infezione e da lì si è andati in profondità con centinaia e centinaia di controlli. L’Italia ha cercato in modo attivo, attraverso i tamponi, gli eventuali altri contagiati con controlli a tappeto». Il virologo non esclude che «nel resto d’Europa non siano emersi tanti casi come nel nostro Paese perché, non essendoci stati casi gravi, potrebbero non essere state svolte verifiche accurate come è successo da noi».

 

Anche altri paesi europei si sono mossi con il controllo attivo, anche se con numeri in proporzione più bassi, sia di tamponi che di casi. Nel Regno Unito dal 24 gennaio al 24 febbraio si contano 13 contagi accertati da Coronavirus e 6.536 test effettuati. In Francia i numeri non sono chiari. Sul sito dell’agenzia nazionale della Sanità pubblica i casi confermati sono 12, su 475 “investigati”. La pagina dedicata alle informazioni sul Coronavirus sul sito del governo, invece, specifica che la capacità diagnostica, che fino a questo momento è stata di 400 test al giorno, dal 24 febbraio è stata aumentata a migliaia di tamponi giornalieri “per soddisfare le necessità”.

 

Le differenze nei numeri di test dipendono anche dal fatto che in Francia, ad esempio, sono stati sin da subito chiari i “pazienti zero”, quindi i tamponi sono stati fatti in maniera mirata tra i contatti di questi ultimi.

 

In Italia questo non è successo, e si è proceduto con un controllo a tappeto. Secondo Pierluigi Lopalco, «la situazione è ormai molto difficile da controllare: abbiamo più focolai nel Nordest non collegabili tra loro e ciò significa che la circolazione del virus è invisibile, perché parte della catena di contagio non è stata individuata proprio perché manca ancora il ‘paziente zero’».

 

«La crescita improvvisa può essere dovuta a diverse cause», aggiunge Massimo Andreoni, direttore scientifico della società italiana di malattie infettive e tropicali Simit, professore all’università di Tor Vergata.«La prima è appunto la strategia di sottoporre al prelievo con tampone faringeo tutti i contatti delle persone malate. Questo ha permesso di individuare persone che non sarebbero mai state diagnosticate come positive».

 

Ma la diffusione del virus in Italia ha molto a che fare anche su come si è sviluppato il focolaio e il contagio. Massimo Galli, ordinario di Malattie infettive all’Università degli Studi di Milano e primario del reparto di Malattie infettive III dell’Ospedale Sacco, ha spiegato al Corriere della Sera che nel nostro paese «si è verificata la situazione più sfortunata possibile, cioè l’innescarsi di un’epidemia nel contesto di un ospedale», ossia una struttura dove si trovano soggetti fragili e lavoratori ad alto rischio di contagio.

 

In casi come questi, ha aggiunto, un ospedale «si può trasformare in uno spaventoso amplificatore del contagio se la malattia viene portata da un paziente per il quale non appare un rischio correlato: il contatto con altri pazienti con la medesima patologia oppure la provenienza da un Paese significativamente interessato dall’infezione. Chi è andato all’ospedale di Codogno non era stato in Cina e, fra l’altro, la persona proveniente da Shanghai che a posteriori si era ipotizzato potesse averla contagiata è stato appurato non aver contratto l’infezione. Non sappiamo quindi ancora chi ha portato nell’area di Codogno il Coronavirus, però il primo caso clinicamente impegnativo di COVID-19 è stato trattato senza le precauzioni del caso perché interpretato come altra patologia».

 

Che ci sia stata una falla da parte di un ospedale nel trattare il primo caso di contagio l’ha detto anche il presidente Conte, secondo cui la diffusione del virus dal focolaio è imputabile anche a «una gestione di una struttura ospedaliera non del tutto propria secondo i protocolli prudenti che si raccomandano in questi casi». Il concetto era stato espresso con altre parole precedentemente anche dal capo del Dipartimento della Protezione Civile Angelo Borrelli, che aveva correlato la veloce diffusione dei focolai di Coronavirus in Lombardia e Veneto con una «non conoscenza dei sanitari che non sono stati in grado di riconoscere immediatamente i sintomi del virus».

 

All’ospedale di Codogno, dove è stato ricoverato il 38enne positivo al COVID-19, sono rimasti contagiati almeno in 5 tra medici e infermieri; a Dolo, dove invece era il pensionato di Mira, sono risultati positivi il medico, l’infermiere e l’operatore sanitario che sono entrati in contatto con l’uomo durante la degenza; l’ospedale di Schiavonia è stato svuotato dopo uno dei decessi di persone positive al Coronavirus, un paziente che era stato ricoverato nella struttura per dieci giorni e al quale era stato fatto il tampone poche ore prima che morisse.

 

In nessuno di questi casi era stato sospettato un contagio da COVID-19. Il dottor Pregliasco ritiene che questo sia accaduto perché in Italia il Coronavirus «non era mai stato segnalato se non per i due turisti cinesi ricoverati allo Spallanzani», e «le diagnosi differenziali vengono eseguite quando c’è attenzione su un particolare patogeno, cose che appunto fino a pochi giorni fa non c’era».

 

Il contagio è stato accelerato anche dalla mancanza di protocolli di protezione adeguati per medici e infermieri, che «hanno un rischio maggiore di contagio perché hanno una vicinanza prolungata con il paziente, talvolta devono anche mettere in atto manovre invasive».

 

Secondo Walter Ricciardi, docente di Igiene alla Cattolica e membro del Consiglio esecutivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, «quando vengono contagiati i medici significa che non si sono messe in campo le pratiche adatte, oltre al fatto che il virus è molto contagioso». Quello che è successo in Italia, aggiunge Ricciardi, «è un caso da manuale in cui una o più persone vengono contagiate da chi arriva da un luogo di epidemia, e poi ci sono dei contagiati secondari con lo stesso tempo di incubazione».

 

In un’intervista a RadioPopolare, l’esponente dell’OMS ha precisato perché secondo lui nel nostro paese il numero di contagi sia così elevato: «È probabile che un paio di settimane fa qualcuno (verosimilmente una singola persona) sia entrato in Italia da zone ad alto rischio senza essere identificato. Quello che sta succedendo è che l’esordio sintomatologico è contemporaneo, quindi è probabile che la fonte di contagio sia ‘puntuale’, molto molto limitata. Il contagio comincia così, poi ci sono dei cosiddetti superspreader cioè persone che non contagiano due o tre persone (come avviene abitualmente), ma ne contagiano dieci o dodici. Questo determina un’accelerazione. Quello che è avvenuto con ogni probabilità è che non abbiamo intercettato questi primi casi di contagio».

 

«È verosimile che l’epidemia non sia – aggiunge ancora Galli – nella sua origine recentissima nell’area del lodigiano ed è certo che la persona che si è rivolta all’ospedale di Codogno per assistenza non è colui che ha importato il virus in Italia (il cosiddetto paziente «zero», ndr). È quindi probabile che il virus sia circolato per diversi giorni prima che il caso grave numero uno si rivolgesse ai sanitari di Codogno».

 

Cosa dicono lo studio sul nuovo Coronavirus e i virologi

Secondo lo studio che ha analizzato la quantità più consistente di dati sulle persone che hanno contratto il “COVID-19” in Cina, la malattia si manifesta per lo più con sintomi lievi, colpisce i più anziani ed è letale nei confronti di coloro che sono affetti da altre patologie. 

 

Lo studio, a cura del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie (CCDC), è stato pubblicato lo scorso 17 febbraio sul Chinese Journal of Epidemiology e ha preso in esame 72.314 casi confermati, sospetti, diagnosticati clinicamente e asintomatici di “COVID-19” in Cina fino all’11 febbraio 2020 per poi concentrarsi, in particolare, sugli oltre 44mila casi confermati.

 

La ricerca mostra che l’80,9% delle infezioni è classificata come lieve, il 13,8% come grave e solo il 4,7% come critico. Il più alto tasso di mortalità dei casi riguarda persone di età pari o superiore agli 80 anni (il 14,8% dei casi), mentre non ci sono stati decessi tra i bambini fino a 9 anni, nonostante almeno due neonati siano stati contagiati dalle loro madri. Fino a 39 anni, il tasso di mortalità rimane basso (0,2%) per poi aumentare gradualmente con l’aumentare dell’età: tra i 40 e i 49 anni, è pari allo 0,4%, tra i 50 e i 59 è dell’1,3%, per salire al 3,6% tra i 60 e i 69 anni, e all’8% dai 70 anni in poi. 

 

I pazienti che hanno maggiori probabilità di morire sono quelli affetti da altre patologie, come le malattie cardiovascolari, seguiti dal diabete, le malattie respiratorie croniche e l’ipertensione. Il tasso di mortalità complessivo per il virus è del 2,3%, decisamente minore rispetto alla sindrome respiratoria acuta grave (SARS) del 2002-2003, che aveva colpito un minor numero di persone, ma che aveva un tasso di mortalità pari quasi al 10%.

 

Inoltre, stando a quanto riportato da uno studio apparso su The Lancet, il virus ha una scarsa trasmissibilità sui bambini e i neonati: su nove donne che hanno contratto “COVID-19” nell’ultima parte della gravidanza, nessuna ha registrato infezioni intrauterine e la trasmissione della malattia al feto. Si sono verificati due casi di sofferenza fetale, ma tutte e nove le gravidanze sono andate a buon fine. Tuttavia, i ricercatori precisano che i loro risultati si basano su un numero limitato di casi, in un breve periodo di tempo, e includevano solo donne nell’ultimo periodo della loro gravidanza e che hanno partorito con un cesareo. Rimangono ancora poco chiari i possibili effetti dell’infezione nelle donne durante il primo o il secondo trimestre di gravidanza e gli esiti successivi per i figli, nonché se il virus può essere trasmesso da madre a figlio in un parto naturale. 

 

Nonostante quello pubblicato dal Chinese Journal of Epidemiology sia lo studio più dettagliato sull’epidemia di coronavirus in Cina dall’inizio della sua diffusione, il quadro che fornisce la ricerca è tutt’altro che completo. Anzi, come suggeriscono gli autori della ricerca, non è detto che il peggio sia passato e che si possa cominciare a essere tranquilli: la Cina potrebbe essere colpita da un rimbalzo della malattia, considerato anche il ritorno di molte persone dalle vacanze per il capodanno lunare.

 

Tuttavia, come detto, l’Osservatorio mondiale della sanità (OMS) ha spiegato che dopo il momento di picco il virus «è in costante calo» e, per quanto si sia trattato finora di un’emergenza sanitaria, non può essere definito una pandemia. Il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom ha invitato però «gli Stati a fare tutto il possibile per prepararsi a una potenziale pandemia».

 

I dati finora a disposizione, con i nuovi picchi di epidemie che stanno colpendo soprattutto Corea del Sud, Iran e Italia con dinamiche di trasmissione ancora non decifrabili, non consentono di ricostruire il quadro completo della diffusione e letalità dell’epidemia. 

 

In base alle analisi fatte finora, si può dire che “SARS-CoV-2” è un virus che si diffonde velocemente (ma meno del morbillo) ma ha un tasso di mortalità basso.

 

Come scrivevamo nel nostro primo pezzo sul “SARS-CoV-2”, in epidemiologia per poter valutare la velocità di diffusione di un virus si ricorre a un indicatore, R0 (“R naught”) che indica quanto è contagiosa una malattia infettiva e quanto un’infezione si riproduce diffondendosi fra le persone. Se si stima che ogni persona ne contagi un’altra, R0 equivale a 1. Se l’indicatore risulta superiore rispetto al valore 1, significa che ogni persona ne sta contagiando più di una, e cioè che il virus si sta diffondendo velocemente. Più alto è l’indicatore, dunque, maggiore è la probabilità che molte persone si ammalino.

 

Per fare alcuni esempi, il morbillo, il virus più contagioso che i ricercatori conoscono, può restare nell’aria di una stanza e far ammalare le persone fino a due ore dopo che una persona infetta che ha tossito o starnutito è andata via. Se le persone esposte al virus non vengono vaccinate, il valore R0 del morbillo può arrivare fino a 18. L’ebola è più mortale ma molto meno contagiosa: il suo R0 è in genere 2, in parte perché molte persone infette muoiono prima di poter passare il virus a qualcun altro.

 

Nel caso del “COVID-19”, la maggior parte delle stime sull’R0 concordano su un valore di contagio tra 2 e 2,5 (il che significa che ogni persona infetta ne sta contagiando altre 2 o 2,5). Se, invece, si restringono le stime ad alcune delle principali analisi di modellistica epidemiologica del mondo (come quelle condotte da Maia Majumder all’ospedale pediatrico di Boston, Christian Althaus alll’Università di Berna, Jon Read a Lancaster) si va da un valore di 2 a uno di 3,11, che renderebbe il nuovo Coronavirus più contagioso dell’influenza stagionale e potenzialmente anche più della SARS.

 

Per quanto riguarda il tasso di mortalità (ovvero la percentuale di decessi che una malattia provoca in un gruppo di persone che si è ammalato), la percentuale sembra essere bassa, intorno al 2%. Anche in questo caso, al momento, è difficile arrivare a stime solide perché all’inizio di un’epidemia è complicato determinare con certezza il numero certo delle persone che si sono ammalate e quante, tra queste, sono poi morte. Non sappiamo quanti hanno contratto il virus senza mostrare sintomi o non preoccupandosi di andare dal medico perché di solito non si ammalano. Inoltre, i dati che girano non sono ancora definitivi perché, considerato che il virus ha un periodo di incubazione di due settimane, ci sono molte persone con l’infezione in corso o ancora negli ospedali che possono sopravvivere o meno alla polmonite che ne deriva.

 

Secondo Christian Althaus, immuno-epidemiologo dell’Università di Berna, in base ai dati attuali è possibile stimare il tasso di letalità di “COVID-19” intorno all’1,8%. Tuttavia, l’incertezza intorno a questa stima resta alta a causa del numero limitato dei decessi e il valore percentuale potrebbe addirittura scendere. Ci sarà più precisione man mano che saranno presi in considerazione un maggior numero di casi e di decessi, anche fuori dalla Cina, conclude Althaus.

 

Ma che tipo di virus è “SARS-CoV-2”? Rischia di diventare una pandemia? Quanto è effettivamente contagiosa e letale? E cosa dovremo fare per renderlo inoffensivo?

 

Quella che stiamo affrontando, scrive la virologa Ilaria Capua, è “una sindrome simil-influenzale da Coronavirus” e pertanto va trattata come “una probabile brutta influenza” che provoca nella maggior parte dei casi sintomi lievi, in alcuni più gravi e in altri gravissimi. 

 

Per trovare un vaccino ci vorrà almeno un anno, prosegue la virologa, ed è probabile che l’epidemia possa continuare a diffondersi fino a primavera inoltrata. L’unico modo per contrastare la diffusione del virus è “opporre una reazione di grande coscienza collettiva” per evitare che il contagio coinvolga tantissime persone contemporaneamente e metta in ginocchio il nostro sistema sanitaria e blocchi il paese. Rendere la vita difficile al virus significa “non solo seguire le linee guida internazionali”: “la regola deve essere la seguente, proteggere gli altri per proteggere se stessi e lavorare con intelligenza (tutti insieme) per arginare il contagio”. Come? Accorgendosi che quella che può sembrare una banale influenza in realtà può essere il coronavirus. È questo un passo che “riguarda tutta l’umanità. E ognuno deve fare il proprio pezzetto”.

 

Uno degli errori che possiamo fare, avverte l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, è proprio pensare che ci si trovi di fronte a un’influenza. “COVID-19” non è una pandemia letale ma non è nemmeno una banale sindrome influenzale. Rispetto alle normali influenze, nel caso del coronavirus «la popolazione non è immune, è completamente vergine». 

 

Inoltre, «se un’ondata epidemica arriva diluita nel tempo è gestibile. Se arriva tutto insieme, tante persone si ammalano allo stesso tempo, è molto meno gestibile» ed è qualcosa che se arriva in Italia in maniera incontrollata può mettere in crisi l’intero sistema perché il nostro sistema ospedaliero, soprattutto gli ospedali di provincia, non è pronto a rispondere alle evenienze, come «abbiamo visto chiaramente al primo focolaio in cui 5 operatori sanitari sono risultati positivi». Tuttavia, prosegue il professore di Igiene all’università di Pisa, non si deve nemmeno cedere al facile allarmismo perché il sistema sanitario nazionale è tra i migliori al mondo, come dimostrato dai due turisti cinesi curati allo Spallanzani di Roma

 

«È stato un colpo di fortuna intercettare il caso di coronavirus a Codogno. Senza quella prima diagnosi forse i casi si sarebbero moltiplicati ancora in modo silenzioso», aggiunge Lopalco. È verosimile che l’epidemia stesse circolando silenziosamente già da gennaio e si è pensato che molti malati, che si sono rivolti al sistema sanitario nazionale, fossero stati colpiti dall’influenza «o avessero sintomi così lievi che nemmeno sono andati dal dottore». Non riuscire a rintracciare il paziente zero (quello da cui è partita la catena del contagio) «complica dannatamente le cose» perché viene a mancare «il vertice dell’albero di propagazione dell’epidemia, il punto da cui si diramano i contagi» dal quale poter individuare tutti i rami di diffusione e cercare di contenerla. 

 

La situazione che si sta registrando nel lodigiano e nella provincia di Padova va gestita «come un incendio, facendo terra bruciata attorno all’area in cui divampa il fuoco», spiega il virologo Fabrizio Pregliasco, ricercatore all’Università Statale di Milano.

 

Dopo l’esplosione dell’epidemia, siamo nella fase della mitigazione nella quale si deve cercare di limitare e rallentare la velocità di diffusione che potrebbe in ogni caso rivelarsi ampia, prosegue il virologo. Il rischio è che, anche se di fronte a un basso rischio specifico, possa verificarsi una diffusione così massiccia da bloccare il paese. Per evitare questo scenario, l’isolamento e l’individuazione dei soggetti contagiati è una delle soluzioni che potrebbero risultare tra le più efficaci.

 

«È un virus inevitabilmente soggetto a espandersi in tutto il mondo perché è nuovo, nessuno lo ha mai visto prima e verso il quale non abbiamo alcuna immunità pregressa», aggiunge Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia. «La trasmissione avviene in maniera più veloce dell’influenza e ci sono tempi di incubazione lunghi. Adesso si tenterà di bloccare tutti i focolai sul nascere».

 

Tuttavia, ha dichiarato il dottor Michael Ryan, direttore esecutivo del programma emergenze sanitarie dell’OMS, «non possiamo chiudere il mondo. Non funzionerà perché la malattia può diffondersi tra le nazioni. Non possiamo fermare la diffusione del virus, quindi dobbiamo essere concentrati sulla riduzione del rischio di trasmissione e sull’aumento della sopravvivenza dei pazienti che si ammalano».

 

Da questo punto di vista, spiega il professor Massimo Galli, al momento, «per curare i malati abbiamo possibilità solo di tipo sperimentale in uso “compassionevole”, cioè non all’interno di uno studio controllato, bensì in utilizzo diretto per vedere se la cura funziona». Queste terapie, però, non consentono di dire in assoluto se un farmaco è efficace o meno, ma sono strettamente legate ai singoli decorsi. Attualmente, prosegue Galli, si stanno tentando due strade: una è il ricorso all’associazione Lopinavir/Ritonavir a lungo utilizzato contro l’HIV (anche se non ci sono prove con studi in vivo che funzioni anche con questo coronavirus), che agisce verso un enzima che assembla le proteine virali, quasi come un sarto; l’altra è il Remdesivir, un antivirale studiato per Ebola che però sull’uomo non aveva mostrato grandi risultati e che agisce inserendo una “tesserina” sbagliata nella catena dell’RNA del virus in modo che non possa più replicarsi.