Coronavirus, le misure allo studio dell’Ue 

Coronavirus, le misure allo studio dell'Ue

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di Tommaso Gallavotti
Stasera i ministri dei grandi Paesi Ue valuteranno, in una conference call prevista intorno alle 18.30, l’adozione di ulteriore misure economiche per affrontare le conseguenze della Covid-19, incluso il possibile ricorso all’Esm, il Meccanismo Europeo di Stabilità, per emettere obbligazioni cui gli Stati possano attingere per finanziare la risposta alla pandemia, in vista dell’Ecofin previsto per lunedì prossimo. Un’eventualità che solo poche settimane fa sarebbe stata inimmaginabile.

Tuttavia già il 26 febbraio scorso, sei giorni dopo il primo caso accertato di trasmissione del coronavirus Sars-Cov-2 sul territorio italiano, con il presunto paziente uno ricoverato in terapia intensiva all’ospedale di Codogno, nel Lodigiano, alla Commissione Europea era ben chiaro che l’impatto del virus sbucato dal ‘wet market’ di Wuhan sull’economia del Vecchio Continente sarebbe stato “significativo”.

Nella riunione del collegio di quel giorno, a Bruxelles, il commissario all’Economia Paolo Gentiloni lo aveva spiegato con chiarezza, come attesta il verbale consultato dall’Adnkronos. Già il 13 febbraio Gentiloni aveva sottolineato, in conferenza stampa, che l’epidemia di Covid-19, allora ancora (almeno si credeva) non sbarcata in Europa se non per un focolaio in Baviera (poi all’origine, pare, di quello ben più grande del Lodigiano), che il coronavirus costituiva il “maggior rischio al ribasso” per l’economia europea, a causa del ruolo nodale della Cina nella ‘supply chain’ mondiale.

Tredici giorni più tardi, con il virus già rilevato in Emilia-Romagna, Gentiloni spiegava al collegio che “l’epidemia in corso avrà certamente un impatto significativo sull’economia globale e su quella europea”. All’epoca l’impatto tragico che il virus avrebbe avuto non era chiaro: le previsioni, avvertiva Gentiloni, erano ancora “troppo premature per essere affidabili”. Le proiezioni di allora indicavano “una riduzione della crescita compresa tra lo 0,5% e l’1,5% per la Cina, tra lo 0,1% e lo 0,4% per l’economia globale (cosa che equivarrebbe ad una recessione) e qualcosa compreso tra un calo marginale e una caduta dello 0,3% nell’Ue, cosa che in uno scenario pessimistico significherebbe una crescita annua media dell’1,2% per l’area euro”.

E’ presto per fare valutazioni, ma in molti oggi metterebbero la firma per avere una crescita dell’1,2% nell’area euro nel 2020. In ogni caso il commissario, che ha sempre avvertito di prendere con le pinze qualsiasi stima vista l’estrema fluidità della situazione, riteneva che, “per il momento, anche se la situazione relativa al coronavirus” era “ovviamente seria”, non ci fosse “necessità di scatenare il panico nella pubblica opinione”.

L’ex presidente del Consiglio, riferisce ancora il verbale, “ha fatto riferimento alle misure di contenimento adottate dalle autorità italiane per prevenire la trasmissione nelle due aree colpite del Nord Italia”, cioè i comuni del Lodigiano intorno a Codogno e Vo’ Euganeo nel Padovano, “dove il virus ha ucciso sette persone”. Oggi i morti hanno superato quota 3mila in Italia, più della Cina, che ha 1,3 mld di abitanti.

Nella discussione in collegio erano emersi, già il 26 febbraio, i punti critici che poi si sono puntualmente verificati. I commissari hanno infatti sottolineato “il fatto che le turbolenze causate dall’epidemia avrebbero colpito l’economia e la libertà di movimento, danneggiando il commercio e i trasporti”. Qualcuno evidenziava già allora che “ai confini interni uno Stato membro può, come misura temporanea ed eccezionale, reintrodurre controlli nel caso di seria minaccia pubblica o alla sicurezza”.

Sul piano economico, già il 26 febbraio era lampante per i commissari che l’epidemia stava “avendo un effetto visibile sull’economia, come indicano la cancellazione di importanti eventi internazionali, il nervosismo dei mercati davanti ad una situazione imprevedibile e le ripercussioni di un forte rallentamento dell’economia cinese, vista la sua importanza nell’economia globale”.

Mentre nel 2002, all’epoca della Sars (malattia provocata dal Sars-Cov, un coronavirus simile a quello che sta spazzando l’Europa), la Cina valeva il 4% dell’economia mondiale, oggi pesa quasi cinque volte tanto, per il 19%.

In più, a differenza di allora, l’epicentro della pandemia ora è proprio l’Europa, i cui sistemi sanitari sono poco attrezzati a far fronte al ritorno in grande stile di una malattia infettiva, a differenza delle democrazie orientali, temprate dall’esperienza della Sars: mentre Giappone e Corea del Sud, secondo dati dell’Ft, hanno circa 7 letti in terapia intensiva ogni mille abitanti, l’Italia, il Regno Unito e gli Usa ne hanno solo due. Un divario che si rispecchia nel numero dei decessi che il virus ha causato nei vari Paesi.

Già il 26 febbraio, in ogni caso, era ben chiaro alla Commissione che si stavano addensando all’orizzonte nubi assai nere: i commissari notavano che “ci sono delle somiglianze tra l’attuale situazione con quella della crisi finanziaria del 2008” che, sfociando poi nella crisi del debito, ha scosso l’Eurozona dalle fondamenta, portando a un passo dalla fine dell’euro. Una grande banca come Unicredit ha avvertito per ben due volte gli investitori di questo rischio, nero su bianco, in occasione di due aumenti di capitale.

La consapevolezza della gravità della crisi si è poi gradualmente allargata ad altri soggetti Ue, a mano a mano che il contagio si è allargato in Europa: ci sono voluti venti giorni perché la Commissione proponesse, il 13 febbraio, la sospensione dei vincoli di bilancio, prevista dall’attivazione della clausola generale di salvaguardia del patto di stabilità, che verrà presto sottoposta al Consiglio. L’Eurogruppo poi, il 16 marzo, ha dato il via libera alle misure proposte dalla Commissione, inclusa l’attivazione di nuove regole sugli aiuti di Stato, poi varate ieri.

La Bce, dopo una conferenza stampa di Christine Lagarde che è costata a piazza Affari il maggior tracollo della sua storia (“Non siamo qui per ridurre gli spread”) e che ha fatto schizzare alle stelle i rendimenti dei Btp, è corsa ai ripari, lanciando un nuovo Qe da 750 mld (Pepp, Pandemic Emergency Purchase Program). L’inversione a U è stata tale che l’Eurotower ha diffuso una nota, alquanto inusuale, per prendere le distanze da un ‘falco’ come il governatore della Banca nazionale austriaca Robert Holzmann. E stasera sette Paesi, incluse Italia, Germania, Spagna e Francia, si riuniranno per vagliare ulteriori misure, analizzando le opzioni disponibili, secondo fonti diplomatiche Ue.

Per evitare di rivedere i film già visti nella crisi dell’Eurozona, con i Paesi più deboli presi di mira dai mercati, Italia in testa, occorrerà uno scudo più consistente, perché anche se saltano i vincoli del patto di stabilità, quelli imposti dai mercati restano tutti. E Ursula von der Leyen, che è tedesca, oggi ha aperto all’emissione dei ‘coronabond’, cioè emissioni obbligazionarie con rendimenti bassi, che gli Stati possano utilizzare per finanziare gli urgenti interventi in sostegno dell’economia, bloccata dall’epidemia.

Gentiloni, dal canto suo, ha chiarito oggi che si pensa a bond emessi dal Meccanismo Europeo di Stabilità, che è “la struttura più adatta per lanciarli”, avendo una potenza di fuoco intorno ai 500 mld di euro. Tuttavia, “non ci siamo ancora”, ha spiegato. Le resistenze non mancano, specie tra i Paesi nordici, che rifuggono da qualsiasi forma di mutualizzazione del debito. Non a caso si è usata più spesso la formula ‘coronabond’, dato che parlare di ‘Eurobond’ ad alcuni Paesi equivale a sventolare il drappo rosso davanti a un toro.

Il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli ieri sera ha detto esplicitamente che l’opzione Mes è tra le possibilità sul tavolo. Si vedrà se le ultime resistenze cadranno: mentre la Federal Reserve mette dollari direttamente nelle tasche dei cittadini, con l’helicopter money (con un presidente repubblicano, sia pure in campagna elettorale), l’Eurozona affronta ancora una volta le debolezze intrinseche nell’incompiutezza della sua struttura. Per dirla con Antonio Tajani, presidente della Commissione Affari Costituzionali del Parlamento Europeo e vicepresidente del Ppe, stavolta “è in gioco il destino di tutta l’Europa: chi non capisce la situazione rischia di essere travolto”.

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