Cannabis legale, la Cassazione: «È reato vendere prodotti derivati»

Stop alla vendita della cannabis light. Lo ha hanno deciso le sezioni unite penali della suprema corte diCassazione secondo le quali la legge in materia non consente la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti «derivati dalla coltivazione della cannabis».

Nei giorni scorsi il ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini ha minacciato di chiudere i negozi di cannabis light per combattere la criminalità e le sostanze illecite. Questo nonostante la cannabis legale – legalizzata con una legge del dicembre 2016 – contenga livelli di thc molto bassi (sotto lo 0,2%) e non sia veramente assimilabile alla sostanza stupefacente, tuttora illegale in Italia.

Ma siamo sicuri che criminalizzando anche la cannabis light non si dia una mano alla criminalità, che il ministro è chiamato a contrastare?

Secondo uno studio recentemente pubblicato sulla rivista scientifica Europea Economic Review è esattamente così: nei punti vendita dove sono stati aperti i negozi di cannabis light, la vendità e l’ acquisto della cannabis illegale sarebbero diminuiti. Con buona pace alla criminalità.

Però i giudici hanno dato ragione a Salvini, e hanno deliberato la sentenza che si scaglia contro un settore in piena espansione.

«Integrano il reato le condotte di cessione, di vendita, e, in genere, la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis “sativa L”, salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante», si legge nel documento emesso dalle sezioni unite, dopo la camera di consiglio di oggi, 30 maggio.

Tra questi prodotti derivati dalla cannabis al momento in commercio in alcuni negozi – fino ad ora ritenuti legali – rientrano l’olio, le foglie, le inflorescenze e la resina.

Nelle prossime settimane, i giudici della Corte depositeranno la sentenza con le relative motivazioni. Nel corso della camera di consiglio, è stato osservato che la legge del 2016 che disciplina la materia qualifica come lecita «unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà iscritte nel catalogo comune delle specie di piante agricole che elenca tassativamente i derivati che possono essere commercializzati».

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